Tecniche di doratura in antichità

Tecniche di doratura in antichità

La testa maschile di bronzo dorato è uno dei pezzi notevoli della collezione permanente del Museo Archeologico Nazionale di Parma. Si può dire che e un esemplare ad oggi pressoché unico di ritratto in bronzo dorato dell’imperatore Antonino Pio, risalente al 138-161 d.C. È un manufatto di straordinaria importanza per la rarità che riveste nell’ambito cronologico e per l’iconografia bronzea di riferimento, nonché per l’elevatissimo livello di qualità dell’esecuzione, sia dal punto di vista tecnico che artistico. È uno dei manufatti notevoli che furono scelti nel 1761 per dare vita al Museo d’Antichità di Parma, destinato ad accogliere gli oggetti di maggior pregio, provenienti dagli scavi di Veleia, iniziati nella primavera del 1760 dal duca Filippo di Borbone, dopo la scoperta fortuita della ben nota Tabula alimentaria, da cui gli studiosi risalirono all’identificazione del luogo esatto dove sorgeva il dimenticato e scomparso municipium romano di Veleia.

Le prime tecniche di doratura

La doratura è un processo documentato dal 3000 a.C., che consiste nell’applicazione di uno strato d’oro su un materiale di substrato (una lega metallica o altri materiali quali il legno, la pelle, la carta, la pietra). Attraverso questo processo è possibile, dunque, con una piccola quantità d’oro che conferisce al substrato ricoperto il suo stesso aspetto, ottenere manufatti preziosi.

Le prime tecniche impiegate consistevano nell’applicazione di foglie o lamine d’oro più o meno sottili (da 1 µm a 1 mm) sulla superficie metallica; il fissaggio della lamina poteva essere di tipo meccanico o fisico, mediante chiodatura o incastro (in solchi preparati sulla superficie del metallo base) e, talvolta, anche attraverso l’utilizzo di adesivi organici.

Prima dell’introduzione della doratura a fuoco con amalgama di mercurio, il procedimento più utilizzato era la tecnica del diffusion bonding. Questa tecnica consisteva in una prima fase di brunitura dell’oro direttamente su una superficie pulita e levigata di metallo base e in una seconda fase di riscaldamento a elevata temperatura. Ciò che si ottiene è l’interdiffusione tra i due metalli, con la formazione di un gradiente di concentrazione lungo lo strato di doratura. Rispetto alle tecniche ad applicazione meccanica, il metodo diffusion bonding presentava alcuni vantaggi:

  • una maggiore resistenza meccanica della doratura, grazie al forte legame tra i due metalli;
  • la possibilità di un’ulteriore lavorazione del manufatto con minori rischi di danneggiamento della doratura.

Di contro, lo svantaggio di tale tecnica era l’incapacità di ottenere buoni risultati su substrati basati su leghe di rame, la cui superficie, facilmente ossidabile all’aria, non permetteva un efficace legame mediante diffusione. Per questo motivo la tecnica è stata utilizzata soprattutto per ricoprire l’argento, con il quale l’oro crea un forte legame, ed è stata presto superata dal metodo a fuoco.

Antonino Pio: golden bronze head by lorenzo_70 on Sketchfab

Doratura a fuoco o all’amalgama di mercurio

Questa tecnica si è sviluppata intorno al 200 a.C. in Cina e si è cominciata a diffondere in Europa già dal 200 d.C., in virtù della sua capacità di ricoprire più efficacemente le leghe di rame rispetto alla tecnica a diffusion bonding. È rimasto il metodo di doratura più impiegato fino alla metà del 1800, quando fu sostituito da quello basato sull’elettrodeposizione. Il processo a fuoco consiste:

  • nello spalmare un amalgama d’oro e di mercurio su un substrato metallico, preventivamente pulito meccanicamente;
  • nel riscaldare l’oggetto così preparato;
  • nel brunire la superficie dorata ottenuta.

L’amalgama è preparato come pasta densa, aggiungendo polvere o fogli sottili d’oro a un eccesso di mercurio caldo. Quando l’oro è mescolato al mercurio, i due metalli reagiscono immediatamente per formare un amalgama di colore grigio. La pasta viene, quindi, spalmata sulla superficie del metallo in una o più passate, in modo da creare uno strato di rivestimento dello spessore voluto. In questa fase ha un ruolo fondamentale la solubilità reciproca tra il mercurio e il substrato.

L’argento è bagnato facilmente dalla pasta di mercurio, in virtù della buona solubilità reciproca.

Al contrario, la bassa solubilità del mercurio nel rame e nelle leghe di rame rende più difficile la fase di bagnamento durante il rivestimento. Per favorire questo passaggio è necessario che la lega sia preventivamente liberata dallo strato superficiale di ossidazione e ciò è effettuato, oltre che attraverso la pulizia meccanica della superficie, spalmando l’amalgama in combinazione con un agente ossidante, come una soluzione di acido nitrico e nitrato mercurico. Il substrato così ricoperto viene successivamente riscaldato a 250-300°C (sotto il punto d’ebollizione dell’amalgama) per pochi minuti, fino a che il colore dell’amalgama non muta da grigio a giallo. La struttura finale che si ottiene è granulare, porosa e dall’aspetto opaco, a seguito del rilascio del mercurio durante il riscaldamento. Per questo motivo la superficie viene brunita, in modo da comprimere lo strato poroso e ottenere, così, un manufatto liscio e lucente. Per migliorare l’estetica della doratura, la superficie brunita viene tradizionalmente attaccata, in modo lieve, con paste contenenti cloruri, nitrati o solfati. Lo spessore ottimale del rivestimento da ottenere è in genere compreso tra 2 e 10 µm.

07/06/2018 / by / in

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