Ravenna. I mosaici pavimentali della Chiesa di S. Giovanni Evangelista

Ravenna. I mosaici pavimentali della Chiesa di S. Giovanni Evangelista

San Giovanni Evangelista, la storia della Chiesa

«Galla Placidia, suo figlio Placido Valentiniano Augusto e sua figlia Giusta Grata Onoria hanno rispettato i voti presi per essere stati salvati dalle intemperie del mare».

Così recita l’iscrizione in marmo sulla chiesa di San Giovanni Evangelista, in memoria dello scampato naufragio di Galla Placidia (392-450 d.C.) e i suoi figli al largo della costa ravennate. Tradizione vuole, difatti, che la chiesa sia stata edificata come ex voto dall’Imperatrice e che l’episodio sia riferibile al viaggio da Costantinopoli a Ravenna dopo la morte del fratello Onorio per assumere la reggenza dell’impero d’Occidente nelle veci del figlio Valentiniano, allora troppo piccolo. La vicenda doveva essere ricordata nella perduta decorazione musiva nell’abside, di cui è rintracciabile una copia in un codice del XIV° secolo nella biblioteca Classense.
La leggenda narra che il giorno prima della consacrazione della chiesa San Giovanni si manifestò a Galla Placidia, lasciandole in pegno il suo sandalo, divenuto reliquia fondante; la scena dell’imperatrice che abbraccia i piedi del santo è raffigurata nel portale gotico del XIV secolo, antistante l’ingresso alla chiesa.
L’edificazione dell’edificio avvenne tra il 425 e il 434 d.C.; la sua struttura originaria, d’ispirazione orientale, era più corta di tre campate rispetto all’attuale, con tre navate, un abside poligonale all’esterno e un nartece preceduto da un portico impostato su pilastri. Le pareti e i pavimenti di questi ambienti dovevano presentare una ricca decorazione musiva: l’unico lacerto rinvenuto – attribuibile al portico o al nartece – è stato rintracciato di fronte l’attuale facciata, in corrispondenza della navata nord a una profondità di 3,05 metri.
Da numerosi studiosi è accreditata l’ipotesi che l’allungamento dell’edificio, con conseguente inglobamento del nartece, sarebbe da collocare tra l’VIII e il X secolo (quando fu eretto il campanile). L’aspetto esterno, inoltre, era molto diverso da quello attuale: l’edificio era probabilmente intonacato, in parte mosaicato.

Dalle cronache medievali e le descrizioni del Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis1 di Andrea Agnello è possibile formulare ipotesi circa la struttura originaria del perduto mosaico absidale. Come si accennava di sopra, il catino absidale accoglieva in alto le scene narranti lo scampato naufragio dell’Imperatrice; al centro un Cristo in trono con dodici libri aperti ai lati, simbolo degli apostoli; nella parte bassa i quattro animali emblemi degli evangelisti; infine il vescovo di Ravenna protetto da una teoria di divi imperatori. La decorazione doveva celebrare l’avvento di Galla Placidia e significarne la legittimazione dalla volontà divina.
Oggi gli elementi originali osservabili sono ben pochi, restano le 24 colonne di marmo proconnesio e i capitelli corinzi pertinenti a uno spoglio di un qualche edificio preesistente.
In epoche diverse l’edificio subì numerose modifiche e rifacimenti – talvolta anche di destinazione d’uso – fino al Secondo conflitto mondiale, quando le truppe aeree dell’esercito inglese, nel tentativo di bombardare la stazione ferroviaria della città, ne provocarono la quasi totale distruzione. I lavori di ricostruzione, scongiurati i pericoli di demolizione dei resti, iniziarono nel 1946.

XI – XIII Secolo. I cicli musivi medievali

Nel 1763, uno scavo commissionato dall’abate Guaccimanni rivelò la presenza di una serie di lacerti di mosaico pavimentale risalenti al XIII secolo in corrispondenza della navata centrale della basilica di San Giovanni, a circa m 1,75 al di sotto del piano di calpestio. I reperti furono dapprima conservati presso la Cappella di San Bartolomeo, poi trasferiti in una fase successiva lungo le pareti della Basilica, dove sono visibili ancora oggi. La realizzazione di questi mosaici pavimentali fu conseguente a un nuovo rialzo del piano di calpestio di circa 0,50 metri, per cui un’iscrizione fornisce il nome del committente e la data:

«dns: Abbas Guillelmus hoc op(us) anno millesimo duecentesimo tertio decimo».

Ogni mosaico è incorniciato da una fascia ornamentale ed è stato riportato alla luce come pannello separato; un aspetto tale ha portato a un’interpretazione e a uno studio dei mosaici nella loro singolarità, come mere raffigurazioni di temi e immagini. Al contrario, esse sono parte di un’ampia narrazione, da leggere come un programma iconografico unitario.
Dallo stile sintetico e lontani dalla preziosità tipica delle decorazioni parietali, i mosaici si distinguono per linearità e, taluni, per limitata gamma cromatica. L’immediatezza delle scene rappresentate è conferita da un linguaggio semplice, in cui le posture dei personaggi, i gesti e l’abbigliamento sono significanti espliciti di un messaggio. Analogamente ai caratteri compositivi delle miniature, manchevoli di proporzioni tra figure e sfondo, questi mosaici rispecchiano pienamente le modalità narrative medievali.

In particolare, i mosaici a est della navata mediana raffigurano episodi riferibili alla quarta crociata (1202-1204), contemporanei alle devastazioni subite dalle città di Zara e Costantinopoli. L’esito di quella crociata dovette avere a Ravenna una particolare rilevanza poiché associata con la fondazione dell’Impero latino di Costantinopoli e l’elezione a patriarca del veneziano-ravennate Francesco Morosini.

I crociati sono qui rappresentati con armi quali lance, spade, scudi e tipiche armature come camaglio e usbergo. Tuttavia, oltre alla violenza degli scontri tra eserciti, non mancano scene d’amor cortese e raffigurazioni di mesi, fiori e animali, questi ultimi dalla palese simbologia moraleggiante e dalla più ricca qualità cromatica.

Come la tradizione iconografica medievale vuole2, la presenza di animali e vegetazione stava a indicare un rimando a vizi e virtù; in questo ciclo musivo possiamo identificare un bue, un cervo, due pesci, due fiori, un unicorno e una colomba, che com’è noto simboleggiavano purezza, fede, speranza e carità. Al contrario, animali come la tigre, la lamia, l’arpia, la sirena e la volpe erano creature che incarnavano una serie di vizi maligni quali seduzione, rabbia e vanità.
In epoca medievale ad esempio la figura dell’unicorno, che vediamo inclusa tra gli animali del ciclo musivo, era associata a un’idea di purezza, umiltà e invincibilità al contempo. Dall’irruenza indomabile, l’unicorno poteva essere ammansito soltanto mediante intercessione di una vergine immacolata. Il corno posto sulla fronte era segno di penetrazione divina, analogamente alla fecondazione dello Spirito Santo nella Vergine.

Unici per i temi affrontati, i mosaici pavimentali di San Giovanni Evangelista restano dunque tra i rari esempi del primo ‘200 ravennate, nonché testimonianza preziosa della cultura medievale.

SAN GIOVANNI EVANGELISTA
Piazzale Anita Garibaldi, 48121 Ravenna RA
8 – 12 /14.30 – 19


1 Una raccolta delle biografie dei quarantanove vescovi della Chiesa di Ravenna dall’evangelizzatore S. Apollinare fino all’arcivescovo Giorgio (846). L’opera è fonte principale per lo studio della città e dei suoi monumenti; fu scritta in forma di lectiones per i confratelli e pervenuta in due manoscritti (Modena, Bibl. Estense, V F 19, sec. 15°; Roma, BAV, lat. 5834, sec. 16°). Tra il 1708 e il 1924 è stata pubblicata ben quattro volte.

2 Possiamo prendere a riferimento a tal proposito il Physiologus (Il Fisiologo), opera redatta tra il II e il IV secolo d. C. ad Alessadria d’Egitto da autore ignoto, probabilmente appartenente all’ambiente gnostico. L’opera raccoglie le descrizioni di pietre, piante e animali reali e immaginari intesi in chiave allegorica come rimando a significati religiosi e metafisici.
Altra fonte assimilabile è il Roman de Renart (Romanzo di Renart), raccolta di favole satiriche in lingua francese del XII/XIII secolo in cui, secondo il topos letterario del mondo alla rovescia, ad agire al posto degli esseri umani ci sono degli animali.

07/03/2017 / by / in ,

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