Monumento ai tetrarchi

Monumento ai tetrarchi

Basilica di San Marco, Venezia

Nelle cronache storiche pervenute, i primi anni del XIII secolo risultano profondamente segnati dalla caduta di Costantinopoli a seguito della IV Crociata. Un avvenimento dalle conseguenze cruciali soprattutto per il destino della Repubblica Veneziana, la cui ascesa si fece determinante.

Emblema dell’acquisito potere era Piazza San Marco, forziere dei bottini provenienti dal Mediterraneo Orientale: trofei di guerra, marmi di antichi edifici romani, di palazzi e chiese bizantine; un ricco cantiere in evoluzione che aveva il suo fulcro nella Basilica, contenitore di spolia dalla decaduta Costantinopoli.

Alla luce della profonda devozione a San Marco, ai quali i Veneziani sentivano di dovere la vittoria, la Basilica era il luogo prediletto non solo ad accogliere ricchezze, ma anche a farsi “Chiesa di Stato”, teatro di prestigiose cerimonie e investiture. Capitelli, colonne e lastre dai materiali ricercati, accuratamente scelti per la loro preziosità, arricchivano gli ambienti della chiesa veneziana, facendosi specchio di potenza e ricchezza economica.

Tra le pregiate opere importate si annoverano i Tetrarchi: quattro figure in porfido rosso egiziano scolpite in altorilievo, collocate nell’angolo sud ovest della facciata della basilica. Il gruppo scultoreo si presenta essenziale nella resa dei volumi, con superfici per lo più levigate eccetto per alcune parti (lo sfondo ad esempio, che presenta tracce di scalpello a vista).

L’opera è composta da due parti distinte, ognuna costituita da una coppia di figure maschili uniti fattivamente e simbolicamente da un abbraccio reso attraverso l’appoggio della mano destra di un personaggio sulla spalla sinistra dell’altro. L’abbigliamento dei personaggi è lo stesso: si tratta di un equipaggiamento militare costituito da una corazza liscia – che un tempo doveva essere ricoperta da una foglia d’oro-, un balteo gemmato e un grande paludamentum. I calzari sono resi attraverso sottili strisce intrecciate, dalle sembianze orientaleggianti; i copricapo sono cilindrici e piatti, tipici delle regioni pannoniche, con un foro centrale in cui doveva essere collocato un diadema; il taglio di capelli “a casco” si inscrive anch’esso nel gusto militaresco prevalente nell’opera. Tutti e quattro i personaggi impugnano nella mano sinistra delle spade dalla foggia sassanide finemente decorate, con l’elsa a forma di testa d’aquila.

Lo stato di conservazione dell’opera è complessivamente buona, il piede sinistro e parte della caviglia della figura all’estremità destra risultano reintegrati in porfido rosato, particolare che ha portato molti a pensare che si trattasse di una lacuna dovuta allo smontaggio dal luogo di provenienza.

È quasi certo che il gruppo dei Tetrarchi fosse parte del bottino proveniente dal saccheggio di Costantinopoli durante la crociata del 1204; tuttavia non sono giunte delle testimonianze dirette tra le cronache che riportano il folto numero di opere giunte a Venezia. Tale lacuna ha portato, già dal Rinascimento, ad alimentare una serie di leggende attorno ai quattro personaggi giunti in un misterioso abbraccio.

Soltanto a partire dalla seconda metà dell’Ottocento il gruppo dei Tetrarchi iniziò ad attirare interesse da parte di archeologi e storici dell’arte. In particolare sono degni di nota gli studi effettuati da Emanuele Cicogna nel 1844 nell’opera I due gruppi di porfido sull’angolo del Tesoro della Basilica di S. Marco in Venezia (Venezia, 1844), in cui lo studioso indica come provenienza plausibile per l’opera proprio Costantinopoli. Lo studio di Cicogna si pone come prezioso punto di partenza che non solo scredita le teorie precedenti, piuttosto deboli, ma pone le fondamenta per tutti i successivi studi avvenuti nel corso del Novecento, il periodo più vivo per quanto riguarda il dibattito circa l’origine dei Tetrarchi. Nella sua analisi Cicogna sostiene che, a giudicare dal vestiario, i personaggi raffigurano imperatori romani – in particolare crede che siano rappresentati Costantino e i suoi figli – e che la provenienza sia da attribuire all’episodio del sacco avvenuto nel 1204. Numerose fonti storiche attestano infatti che il porfido fu molto amato da Diocleziano e dai suoi successori, essendo considerato materiale esclusivo degli imperatori; inoltre l’abbraccio, al posto del più comune saluto romano, fu introdotto da Costantino. Cicogna inoltre volle sottolineare la similitudine con le due colonne in porfido della Biblioteca Vaticana, sulle quali si trovano rilievi che rappresentano coppie di imperatori che si abbracciano.

Evento particolarmente rilevante risale al 1965-66, quando fu rinvenuto il piede mancante – quello reintegrato in breccia rosa. In quell’occasione il professor Rudolf Naumann, insieme al dottor Nezih Firatli, stava effettuando degli scavi a Istanbul, presso il sito archeologico del Myrelaion, un edificio rotondo contenente una cisterna bizantina. Qui, a più di 5m di profondità, venne rinvenuto un frammento di porfido scolpito, del tutto corrispondente per materiale, dimensioni e tipologia di calzature a quelli dei Tetrarchi, fatta eccezione per la caviglia, tuttora perduta.

Dunque, tale rinvenimento, fu la testimonianza certa della provenienza Costantinopolitana dell’opera in esame. Come si accennava di sopra, è inoltre da escludere che il piede si sia spezzato in occasione al saccheggio veneziano: fu Cecil Striker (The Myrelaion, Bodruum Camii, in Istanbul, Princeton, 1981) a dimostrare che il piano non risale al Duecento e che di conseguenza il piede deve essersi spezzato dapprima.

La collocazione originaria del gruppo potrebbe essere dal Philadelphion, il cui nome significa, secondo le fonti bizantine, “amore fraterno”. Sempre secondo tali fonti, in questo luogo dovevano trovarsi monumenti dei figli di Costantino rappresentati nell’atto di abbracciarsi.

Altro importante contributo allo studio sui Tetrarchi venne pubblicato da L’Orange nel 1984 (H.P. L’Orange, Das spätantike Herrscherbild von Diokletian bis zu den Konstantin-Söhnen, Das römische Herrscherbuild, III, Berlino, 1984, pp. 284-361) secondo cui nel gruppo scultoreo sarebbero raffigurati una coppia di Augusti e una di giovani Cesari, un’unione che aveva teoricamente l’intento di affermare politicamente l’unione tra l’impero orientale e quello occidentale.

Ad oggi si accetta la teoria secondo cui, dal punto di vista del materiale, la scelta del porfido rosso abbia a che fare con la simbologia connessa all’imperatore e per quanto concerne invece lo stile delle figure, si ipotizza una produzione egiziana sotto direttive statali. La somiglianza tra i visi, inoltre, è da riferire alla similitudo tra imperatori, su cui il pensiero tetrarchico si fondava; analogamente, l’abbraccio simboleggiava la fraternitas tra gli imperatori dello stesso rango. La presenza della spada impugnata sull’elsa rimarcherebbe infine il principio di auctoritas.

In conclusione, l’ipotesi più accreditata sostiene che il gruppo dei Tetrarchi fu portato per scopi ornamentali a Costantinopoli all’epoca di Costantino e proverrebbe da Nicomedia, antica città imperiale dell’Anatolia. Successivamente sarebbe stato collocato nella piazza del Philadelphion, inserito nel fusto di una colonna come pezzo isolato, dal quale era inoltre possibile estrarlo. Questa ipotesi confermerebbe ulteriormente la tesi circa i danni subiti dal gruppo, non attribuibili al trafugamento a opera dei veneziani.

04/04/2017 / by / in

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