Marsia delle Vignacce

Marsia delle Vignacce

La hýbris punita

Centrale Montemartini, Roma
Via Ostiense 106, 00154 Roma

 

Si narra che la dea Atena avesse fabbricato un flauto a doppia canna con ossa di cervo dilettandosi a suonarlo sull’Olimpo e che per questo fu vittima dell’ilarità delle altre dee, che la deridevano per il gonfiore alle gote causato dallo sforzo. Ella, specchiatasi sull’acqua di un lago, constatò che era vero e in preda alla collera gettò il flauto nell’acqua, maledicendo chiunque lo avrebbe raccolto.

Accadde che a trovarlo fu Marsia, sileno o satiro frigio della corte di Bacco, la cui grazia ed eccezionale talento nel suono dello strumento suscitò stima e ammirazione da parte del popolo, che addirittura ne decantava le lodi azzardando paragoni con Apollo, dio della musica e delle arti.

La fama di Marsia accresceva tanto quanto il suo orgoglio, provocando la furia di Apollo. A questo punto sono diverse le versioni del mito: in alcune si sostiene sia stato Marsia, pieno di superbia, a sfidare il Dio, mentre in altre si sostiene il contrario.

La sfida tra Marsia e Apollo, tuttavia, doveva svolgersi di fronte al giudizio delle Muse; al vincitore sarebbe stato concesso il diritto di fare dell’avversario ciò che voleva. In un primo momento le Muse rimasero colpite dall’esibizione di Marsia e assegnarono un pareggio ai contendenti. Apollo, decisamente contrariato, iniziò a suonare la lira a rovescio, invitando Marsia a fare altrettanto; in un’altra versione si narra invece che il Dio abbia sfidato Marsia a suonare e cantare contemporaneamente.

In nessuno dei due casi Marsia poté avere la meglio per ragioni meramente pratiche – è impossibile suonare con il flauto rovesciato e tantomeno cantare suonando. Dunque la maledizione lanciata da Atena si manifestò: Apollo appese Marsia a un albero e lo scorticò vivo. Il sangue copioso di Marsia, unito alle lacrime dei suoi amici, ammorbidì e scavò il terreno, generando un fiume che prese il suo nome, citato in diverse fonti classiche, tra le quali l’Anabasi di Senofonte:

«Il Marsia scorre attraverso la città e sfocia nel Meandro ed è ampio venticinque piedi. Si narra che qui Apollo, dopo aver sconfitto Marsia, suo rivale in una gara di abilità, lo scorticò e ne appese la pelle nell’antro vicino alle sorgenti, motivo per cui il fiume ha questo nome.»1

Il mito di Marsia torna nelle pagine di numerosi celebri autori quali Mirone, Prassitele, Dante e Ovidio, che menziona la sventurata sorte di Marsia nelle Metamorfosi (Libro VI, vv. 385-391).

L’origine dell’iconografia del Marsia appeso è stata individuata a Pergamo, in Asia Minore, per poi essere rielaborato in età ellenistica, tra la fine del III e la metà del II secolo a. C.

L’esemplare che si intende trattare è il Marsia delle Vignacce, oggi collocato nel polo espositivo dei Musei Capitolini nella ex Centrale Termoelettrica Giovanni Montemartini, prezioso esempio di archeologia industriale riconvertito in sede museale.

La statua risulta realizzata in un blocco unico di marmo, caratterizzato da venature rosso-violacee e proveniente dall’Asia Minore. Il contorno dell’occhio, così come le ciglia, sono stati realizzati in bronzo. Il bulbo oculare è in pietra calcarea bianca e per l’iride, invece, è stata impiegata della pasta vitrea. Tracce di colore rosso risultano collocate sul tronco e sfumature di vermiglio agli angoli di bocca e occhi.

La statua di Marsia fu rinvenuta nel 2009, contestualmente alle indagini archeologiche intraprese dalla Sovrintendenza capitolina in convenzione con l’American Institute for roman culture. L’opera era priva di mano sinistra e piedi, adagiata su un pavimento a mosaico di un piccolo ambiente, ricoperta da una coltre di terra sabbiosa, detriti e frammenti di marmo presso il parco degli Acquedotti, nella cosiddetta Villa delle Vignacce.

La villa in questione appartenne nella fase di massimo splendore a Quinto Servilio Pudente, personaggio che aveva stretti legami con la famiglia imperiale, nonché ricco imprenditore nella produzione di laterizi, la cui attività era stata avviata già nel 123 d.C. per poi proseguire per tutta la seconda metà del regno di Adriano (117-138 d.C.).

Alto 150 centimetri, il Marsia è di certo la copia romana di un originale greco; fu restaurato dal Consorzio Conart sotto la direzione tecnico scientifica della Sovrintendenza Capitolina, presso il laboratorio della Centrale Montemartini Musei Capitolini di Roma, dove tutt’oggi è collocato.

La statua del Marsia spicca sicuramente per l’eccellente disegno anatomico, per la tensione perfetta delle membra e soprattutto per l’intensità dello sguardo, la cui fissità suggerisce la struggente sofferenza dei momenti precedenti alla tortura che si sarebbe consumata. I dettagli anatomici, così come la barba e i capelli, risultano finemente riprodotti; le mani, dalle quali è miseramente appeso a un albero – elemento lievemente accennato -, risultano più chiare, di un marmo bianco.

Il ritrovamento della statua del Marsia scorticato è di fondamentale importanza non solo per una questione di completezza iconografica, ma anche per il contributo alla conoscenza della produzione artistica di un gruppo di scultori originari di Afrodisia di Caria, in Asia Minore, a cui il Marsia è stato attribuito; in età adrianea questo centro di produzione realizzò statue di grande pregio.

 

 


1 Senofonte, Anabasi 1,2,8. In Erodoto (Storie, VII 26, 3) il fiume prende il nome di Catarracte e nasce dalla piazza principale di Celene per poi gettarsi nel Meandro. Leggenda vuole che In questo luogo fosse custodito un otre fatto con la pelle di Marsia scorticato.

21/03/2017 / by / in ,

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