Come venivano realizzati i mosaici

Come venivano realizzati i mosaici

La basilica di Santa Maria in Trastevere è il più importante luogo di culto cattolico del rione Trastevere a Roma, sede dell’omonima parrocchia, ed è situata in Piazza di Santa Maria in Trastevere. La decorazione musiva del catino absidale, impostata su tre registri, presenta: centrale, dove sono raffigurati Gesù Cristo in trono con Maria Vergine tra san Pietro, san Cornelio, san Giulio, san Calepodio, san Callisto, san Lorenzo e papa Innocenzo II con in mano il modellino della chiesasuperiore, dove sono rappresentati Padiglione dell’empireo con la mano di Dio Padre che incorona il Figlio; inferiore, dove sono presenti Agnello di Dio con dodici pecore.

Le diverse tipologie di mosaico

Definito da Domenico Ghirlandaio la vera pittura dell’eternità per le sue doti di durata nel tempo e di inalterabilità nei rapporti cromatici, il mosaico è un genere di pittura, in quanto risulta dall’accostamento di tanti piccoli parallelepipedi multicolori più o meno regolari costituiti da pietre naturali, da marmi, da paste vitree, da terracotta, da conchiglie o da madreperla.

Le dimensioni dei piccoli parallelepipedi che formavano la trama del tessuto musivo – chiamati abakìskoi dai Greci e dai Romani abàculi o tessellae – erano limitate e varie: andavano dai 2 ai 10 mm2 di superficie per una profondità di 2 o 3 cm, quest’ultima minore nel caso di mosaici parietali. I più piccoli, di norma, erano impiegati per modellare i volti del personaggi oppure quelle parti che richiedevano una maggiore ricchezza dei toni e di gradazioni; quelli più grandi per raffigurare le vesti, per riprodurre il paesaggio o per le parti destinate allo sfondo. I Romani distinsero con varie denominazioni le diverse specie dei mosaici a seconda della loro natura e delle dimensioni dei materiali impiegati:

  • opus sectile: intarsio marmoreo per rivestire pavimenti e pareti con disegni di carattere geometrico o figurato in marmi policromi. Quando veniva usato per rivestire pareti si seguivano queste fasi: si fissavano le pareti con grappe; si inseriva la malta nelle intercapedini; si fissavano le lastre;
  • pavimentum tessellatum: mosaico formato da cubetti di pietre e di marmi tagliati con grande regolarità per fare  pavimenti;
  • opus vermiculatum: mosaico con tessere assai minute e tagliate irregolarmente in modo da adattarsi più facilmente a seguire i contorni delle figure riservato, in particolare, agli emblemata o pannelli inseriti al centro del pavimenti tessellati. Le tessere erano costituite da marmi e/o smalti;
  • opus musivum: mosaico parietale derivato dall’opus vermiculatum, portato in età paleocristiana e bizantina ad un alto grado di perfezione. È il termine appropriato per il mosaico e si usavano tessere bianche o colorate secondo i disegni geometrici o figurati da realizzare.

Santa Maria in Trastevere, ceiling and apse by Matthew Brennan on Sketchfab

Procedimento per realizzare mosaici parietali e pavimentali

Il procedimento operativo generale si svolgeva secondo queste fasi:

  • pictor imaginificus eseguiva il disegno da rappresentare su un cartone e suggeriva i colori occorrenti;
  • pictor parietarius riportava il disegno dal cartone sul pavimento o sulle pareti, si dice anche mediante sinopia ingrandendo le figure. Curava le distanze tra le figure, eventualmente le adattava all’area pavimentale o alla forma e alle dimensioni della muratura. Si poteva presentare il problema del passaggio dalla superficie piana del disegno eseguito su cartone alla superficie curva ed eventualmente irregolare di una parete o volta;
  • musivarius (chiamato tessellarius per i mosaici a pavimento) disponeva in modo conveniente sia piastrelle marmoree di varie forme geometriche sia le tessere cubiche che potevano essere minutissime. Traduceva il disegno e le indicazioni presenti su di esso nel mosaico vero e proprio.

Per quanto riguarda gli strati preparatori ci si rifà a quanto detto da Vitruvio (De Architectura). Per quanto riguarda i mosaici pavimentali, il suolo doveva essere accuratamente spianato, asciugato e consolidato. Gli strati che separano il suolo dalle tessere sono (da quello situato più in profondità a quello collocato più in alto):

  1. statumen, cioè un conglomerato di ciottoli;
  2. rudus, ha uno spessore di circa 25 cm ed è composto da tre parti di pietre spezzate e una di calce, se effettuato per la prima volta, altrimenti in proporzione di 5:2 per restauri o rinnovi;
  3. nucleus, è uno strato cementizio di circa 12 cm, fatto di tre parti di coccio pesto e una di calce;
  4. tessere, appoggiate su questa superficie resa perfettamente piana, levigata, compatta, resistente mediante una spalmatura finale formata da una polvere di marmo, sabbia e calce.

Per quanto riguarda, invece, i mosaici parietali venivano eseguiti questi passaggi:

  1. veniva spicconato un po’ il muro e veniva steso uno strato di intonaco composto da calce, polvere di marmo, sabbia o pozzolana o polvere di mattone, spesso armato con fuscelli di paglia. Per rendere più funzionante l’adesione soprattutto nel caso di volte e soffitti, la malta poteva essere fissata con chiodi o grappe a testa larga;
  2. con la punta della cazzuola si praticavano, su questo primo strato, delle intaccature per facilitare l’adesione del secondo strato di malta. Il secondo strato di malta aveva le stesse caratteristiche composizionali del primo ma con cariche di grana più fine;
  3. si eseguiva la sinopia, come nel caso di dipinti murali. Si poteva procedere, in alternativa, incidendo il disegno;
  4. stesura del terzo e ultimo strato di intonaco, composto dagli stessi materiali macinati ancora più finemente e di spessore più sottile. Questo è detto strato legante o di allettamento in cui si inseriscono le tessere.

La tecnica aurea si è sviluppata in epoca bizantina e molto diffusa in area italiana (Ravenna, Roma e Venezia). La tecnica bizantina prevedeva di porre sopra una lastra di vetro si pone una foglia d’oro, che veniva ricoperta da una sottilissima pellicola di vetro trasparente diafano polverizzato (cartellina). Questa lastra di tre strati (due di vetro e uno centrale costituito da foglia d’oro) veniva rimesso in forno, dove al calore la polvere di vetro formava una sottile pellicola che proteggeva lo strato di oro. Talvolta il vetro della cartellina non era così trasparente: la sua porosità non era tale da garantire una perfetta coesione con quello di fondo. La conseguenza è che i cubetti posti in opera si fondevano, con conseguente caduta delle cartelline vitree e l’oro veniva lasciato scoperto. Questa tecnica è stata perfezionata dai Veneziani intorno alla metà del XV secolo, epoca in cui a Venezia viene a mancare la riserva di smalti d’oro dall’oriente e, in particolare, da Costantinopoli. Si ovviò a tale mancanza usando le tecniche di lavorazione del vetro usate a Murano. Lo smalto diviene più lucente, pulito, lucido e levigato; la lavorazione è molto accurata: lo strato a cartellina è realizzato con la tecnica della soffiatura, con il vantaggio di un’immediata aderenza ed uniformità di spessore; segue una cottura che rende la vernice lucente.

28/06/2018 / by / in

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